Quando eravamo noi a raccomandare estrema prudenza nel valutare i benefici della comunicazione attraverso Internet venivamo - comprensibilmente - tacciati di partigianeria, essendo il nostro core business tipicamente cartaceo. Ma quando, il 12 gennaio scorso, è stato niente-di-meno-che Mark Zuckerberg a denunciare l’involuzione che la sua stessa creatura, Facebook, ha subìto soprattutto nell’arco degli ultimi due anni, è successo il finimondo. Persino in borsa, dove la società proprietaria è quotata al Nasdaq dal 2012. Molto probabilmente, più che di uno slancio di onestà intellettuale si è trattato di un preciso calcolo di convenienza, basato sul riscontrato raffreddamento del pubblico e degli operatori nei confronti della comunicazione social, molto spesso - per non dire quasi sempre - costituita da un bombardamento di post sponsorizzati, di notizie false o manipolate, di pubblicità…
