Nel Medioevo si era abituati alla morte. Vi si era tanto abituati che spesso se ne faceva anche il ritratto: cos’altro erano, in fondo, quei Trionfi della Morte che decoravano lugubremente i muri d’entrata delle chiese, così che i fedeli, uscendone, ne portassero bene in mente il ricordo e il monito? E quei macabri scheletri che fino al Settecento, con ironico sadismo – perfino, a volte, vestiti alla moda –, accompagnavano come un’ombra un personaggio, preferibilmente una donna giovane e bella, non testimoniavano forse l’incombere ossessivo di un pensiero mai dimentico del limite, dell’oscurità, del vuoto, e magari dell’orrore, che circondavano angosciosamente l’isola luminosa della vita? Un pensiero che non era possibile eludere, neanche rifugiandosi nel sogno o nella trasfigurazione poetica (l’Et in Arcadia ego del Guercino, unica opera in…
